Comune di Diano Arentino (Imperia)  


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Il ponte della "Madonnetta" e la fonte della "Lisua"

opere viarie e idrauliche tra medioevo ed età moderna a Diano Roncagli

di Francesco Biga

Nel tempo trascorso, quando si giocava con la fionda tra i cespugli di salici, nel largaccione della fiumara che si espande alle pendici del monte dove s'erge il borgo di Diano Roncagli, e che non era ancora attraversato dal ponte della strada provinciale costruito di recente, più di una volta ci soffermammo ad ammirare la straordinaria costruzione dell'altro ponte, quello indubbiamente medievale, detto della "Madonnetta" (per la presenza di un'edicola) che, dalla località nominata "Scöa", prima con un'arcata grande, poi con una piccola, raggiunge la piana ulivata nominata "Lisua".

In quel tempo non eravamo ancora tanto sagaci da accorgerci che, quando da tempo immemorabile fu innalzato, doveva posare nel torrente Evigno con due piloni di tradizione romanica, i quali reggevano tre arcate.

Diciamo subito che, riferendoci ai valori parametrici, per collegare le due sponde del torrente il ponte venne costruito su una lunghezza di metri 25, diviso in tre arcate, con due piloni e due spalle sulle sponde. Le arcate avevano una luce di circa ml 5,50 ciascuna. L'asse di simmetria dei due piloni, dallo sperone contro corrente a quello sottocorrente misurava ml 5. Questi dati sono stati desunti rilevandoli sulla parte del manufatto antico superstite. L'arcata ricostruita, comprendente lo spazio complessivo di due antiche crollate, ha una luce di ml 12 in lungheza e ml 7 in altezza. Il piano di calpestio in acciottolato è largo ml 1,40; il parapetto cm 26. Di fronte all'edicola della "Madonnetta" il piano di calpestio si allarga fino a ml 2,10, formando una piazzetta di raccoglimento.

Quando, diventati più adulti, la storia locale inebriò la nostra mente, mentre si attingeva col secchio l'acqua alla fonte di cui parleremo, questo ponte che si vedeva in prospettiva nel suo magico sembiante non poteva non contaminare, come avventura di un mondo misterioso di secoli bui, la nostra fantasia avida di miti e attenta ai racconti favolosi tramandatici dai nostri avi.

Ma ormai, a nostro parere modestamente esperti nelle ricerche archivistiche e desiderosi di notizie più concrete, messi sull'avviso dal sentito dire di cari amici1 affascinati anche loro dai manufatti antichi, grazie alla magnanima compiacenza del reverendo Don Bruno Divizia, ci indirizzammo verso l'esplorazione dell'archivio parrocchiale di Diano Borello, alla ricerca delle notizie vere riguardanti il ponte che ci interessavano. Infatti, più costante di noi, riuscì nell'intento il geometra Alberto Corazza il quale, in un registro manoscritto dei battesimi del XVII secolo, nel 1985 rintraccio una pagina in cui si parlava del ponte in questione2. Non notizie grandiose e determinanti ma piccole che, per noi e per la nostra rivista di storia locale, sono abbastanza soddisfacenti. Si riferiscono ad un breve tratto dell'esistenza del ponte e ci informano di quanto segue: "1650 adì 25 settembre. Doppo che il ponte di matteria fu cascato si stette per il spatio di nove anni di circa per di nuovo rifarlo, in detto tempo passarono molte parole, disturbationi, impedimenti et anche alcuni instro(menti) ma all'ultimo ne fu fatto uno il mese di Agosto del suddetto anno dal signor Carlo Francesco Zappia notaro, che dello speso3 la parte di Borganzo dovesse pagare tre soldi a soldi4 la parte di Borello due soldi a soldi5, escluso però la villa di Roncagli, e per questa rata pro rata fu eletto a questa fabrica sei huomini, cioè tre di Borganzo e tre di Borello. Li tre di Borganzo, Giacomo Aldissone q. Pietro, Domenico Aldissone q. maestro Pietro e Giacometto Risso q. Domenico.
Li tre di Borello, Bartolomeo Aldissone di messer Maria Pietro Gio., Giovanni Steffano Carenzo e mastro Giobatta Bomb[...] e me p(adre) Domenico Temese Rettore della presente Chiesa. Li Maestri che fabbrica(rono) il suddetto ponte per essere di legname li travagliorno Mastro Pietro Gio. Massone e Mastro Andrea e Batta suo fratello, Mastro Batta Filiberto q. Mastro Giacomo, e dui giorni suo figlio Mastro Leonardo e Mastro Giacomo Massone della por[...], e se alla suddetta fabbrica vi mancavano il Bartolomeo Aldissone et il Gio. Steffano Carenzo, non si compiea detta opera, ma questi due fecero il possibile e di borsa e di braccia, fu finita detta fabbrica, ossia ponte, li 24 settembre del 1650 e questo a Gloria di Dio.
(firmato) io Padre Domenico Temese Rettore..."6.

Dunque, parte del ponte ruinò nel 1641 e ci vollero nove anni per ricostruirlo, grazie all'intervento di un notaio.

Il rettore Domenico Temese scrisse la nota tingendola di sottile polemica diretta verso un ambiente sociale non estraneo ai campanilismi.

Quelli che maggiormente si impegnarono per ultimare la costruzione furono Steffano Carenzo e Bartolomeo Aldissone, entrambi di Borello. Dalla nota si capisce che ci vollero circa due mesi per innalzare l'arcata, con l'intervento di sei costruttori.

Il tempo impiegato, il numero dei costruttori e le spese sostenute ci fanno anche capire che non venne costruito un manufatto solo in legno, ma con il legno si costruirono le centine e l'impalcatura per eseguire la muratura di paramento, dei parapetti, di una volta, e per il gettito della malta e del pietrame dove fu necessario.

In luogo di due arcate ne fu costruita una sola più ampia, ed è quella attualmente esistente dalla parte della sponda sinistra della fiumara. Sotto, ai lati, di essa, sono ancora visibili le costole delle due arcate primitive.

Il ponte è detto della "Madonnetta" perchè sulla parte controcorrente del pilone primitivo, non sappiamo quando, ma certamente in tempi posteriori alla sua costruzione, fu innalzato un supporto fino all'altezza della superficie di calpestio della volta, il quale sorregge l'edicola suaccennata in cui, come scrive padre Stefano Astengo7, è una statuina (m 0.40) di marmo, rosa dal tempo, senza data, con la scritta Mater Misericordiae. In alto, sul timpano dell'edicola, è ripetuta la scritta con l'aggiunta: 1807. La data allude forse all'epoca che fu portata qui da altro ponte distrutto: dallo stile la statuina si direbbe abbastanza antica.

Un ponte così imponente in fondo alla conca di una valle chiusa come quella di DIano, doveva essere servito, supponiamo, per qualche cosa di importante; non certo per le esigenze del borgo di Roncagli che, probabilmente, non superò mai i quaranta fuochi8. Inoltre se ne ruinò nella metà del XVII secolo, ad dir poco venne costruito almeno nel Quattrocento, come ce lo suggeriscono anche le strutture della sua parte antica.

Costruito non solo ad uso pedonale, ma anche di mulattiera, a nostro avviso una ragione c'era, e doveva essere essenzialmente economica: le grandi tenute ulivate che si estendevano tra Diano Borello e Diano Evigno a destra del torrente Evigno - San Pietro, i cui proprietari erano nobili genovesi, necessariamente dovevano essere collegate da strade efficienti per poter portare il prodotto ai frantoi che, numerosi, in prevalenza si susseguivano lungo la sponda sinistra del torrente stesso.

Il ponte venne eretto per sopperire ad un semplice passatoio, inadeguato durante le piene invernali, in un punto della valle molto stretto ma, al tempo stesso, il più idoneo alla confluenza delle grandi mulattiere acciottolate provenienti da Diano Borello, da Diano Arentino e da Diano Evigno. Esso cuciva queste mulattiere con quella che, verso il fondovalle, si congiungeva ai suaccennati opifici di trasformazione, costruiti negli spazi che si presentarono più adatti allo scopo, spazi inesistenti sulla sponda destra, alquanto dirupata e in grande pendio, che si prestava ben poco al suo utilizzo.

Una statistica pubblicata nel 18949 ci dà un'idea di quanti potessero essere i frantoi ad acqua (che ci interessano) nei tempi antichi costruiti lungo la sponda sinistra del torrente Evigno - San Pietro, indubbiamente già esistenti nel basso medioevo ma in seguito ristrutturati per adeguarli alle nuove e più consistenti esigenze. Frantoi ("Gumbi" in dialetto locale) che frangevano le olive provenienti in gran parte dalle terre dei signori genovesi.

A livello toponomastico, dal ponte proseguendo verso il fondovalle, tali frantoi si potevano enumerare nel seguente modo: Ravasio, Massone, Vigna, Ciappai (quattro frantoi), Ponte (due frantoi), Ardissone (due frantoi), Casa Messighi, Lombardi (tre frantoi), Trinità. Dunque, quasi una ventina di frantoi, senza contare quelli ubicati nelle vicinanze di San Pietro, serviti dalle mulattiere acciottolate provenienti dalle campagne circostanti al paese e anche da quelle provenienti dalla zona di Diano Castello.

Ma per approfondire maggiormente l'argomento, ci rifacciamo a quanto abbiamo già avuto occasione di scrivere altrove10.

Non sappiamo quando, ma indubbiamente molto tempo prima del XVII secolo, si verificò un fenomeno di ordine economico che forse è difficile spiegare (unico in tutto il ponente eccetto per la zona di Pieve di Teco dove assunse tono minore): l'acquisto da parte di illustri famiglie genovesi di vaste proprietà terriere nel Dianese e nella Val Steria.

A determinare tale fenomeno probabilmente fu la bellezza georgica delle valli, o il mitissimo clima indenne dagli influssi invernali degli elementi meteorologici, o la prospettiva di ricavare consistenti utili dalla produzione olivicola o, infine, il risultato di una certa azione politica (non dimentichiamo che il podestà di Diano Castello annualmente veniva eletto tra i membri delle famiglie gentilizie genovesi degli Spinola e dei Doria (ghibellini), e dei Grimaldi (guelfi).

Infatti cinque famiglie genovesi possedettero terreni nel territorio della parrocchia di DIano Castello, sei in quello dei Faraldi, tre in quello del Borgo della Marina, uno alla Pineta, quattro nei territori delle parrocchie di Diano Borello, Diano Arentino, Diano Evigno, e della cappellania di Diano Roncagli, tre a Diano Gorleri, una a Diano San Pietro.

Possedimenti estesi e fertili i cui proprietari, dei casati patrizi Durazzo, Brignole, Doria, Lomellino, Spinola, Centurione, Di Negro, Imperiale, Sauli, ecc., quasi sempre furono personaggi potenti ed influenti.

Per il territorio che ci interessa, diciamo subito che i nobili Durazzo fecero la parte le leone tra le vaste estensioni ulivate.

I fratelli Marcello e Gerolamo di questo casato entrarono in possesso di una grande proprietà che comprendeva le seguenti terre così denominate: "Codevilla", "Montà" (Borello), "Rainero", "Macello", "Feraie" (Arentino), "Zanola", "Cuni" (a valle di Evigno), "Roncheo", "Tera d'Egnu" (terra di Evigno), "Fascia di Versivi" (presso la frazione Virgili di Borello), "Messighi" (presso la villa del Piano di Borganzo), "Valloni" e "Canelli" (a valle di Evigno), "Castagno" (a monte di Borganzo), "Maddalena" (a monte di Borello), "Veleusu" e "Mentassu" (presso il pilone di San Lorenzo a monte di Roncagli), "Cian de l'isua" (a valle di Roncagli, sulla sponda destra del Torrente Evigno), tutti terreni ulivati; e quindi gli orti lungo il torrente tra Roncagli e Borganzo.

Era procuratore dei fratelli Durazzo, Pietro Giobatta Massone di Roncagli, il quale immagazzinava l'olio prodotto nei propri fondi e quindi lo spediva in Francia al Mercante N., col bastimento del patron Nasino, al costo di lire 36 il barile, ed a Genova con il pinco del patron Andrea Ardissone.

Nel 1700 il Massone aveva fatto "ristorare" le terre della "Maddalena" per lire 19:20, la "Montà" per lire 13:7:8, i "Canelli" per lire 8:6:8, "Zanola", "Cuni" e "Orti" per lire 11:13:4, "Mentassu" e "Versivi" per lire 9. Parecchi erano i fittavoli che dipendevano dal sig. Giobatta Ardoino della Marina di Diano, fattore delle suddette terre.

Un altro patrizio, parente dei due fratelli sopracitati, il magnifico Giacomo Filippo Durazzo q. Maria, possedeva una proprietà ulivata, forse ancora più estesa, nel territorio dell'antica parrocchia di DIano Borello. Comprendeva le seguenti terre: "Donzelli", "Cian de l'isua", condotti da Giobatta Cavalleri di Roncagli; "Cuni" (a valle di Evigno), che produceva circa 20 barili di olio, condotti da Giovanni Pietro Massone che abbiamo già indicato come procuratore; "Castagna" e "Maddalena" coltivate da Bartolomeo Ardissone; "Cà de Versivi" (presso la frazione Virgili), che era sottoposta alla Cappella di Nostra Signora del Rosario eretta nella Chiesa parrocchiale di Diano Arentino e confinava da sud e da un lato con le terre del reverendo Carlo Francesco Maria Viale, e dall'altro lato con l'andamento (strada mulattiera, n.d.r.); "Cuntae", "Novanchea", coltivate da Giobatta Ordano; "Costa" (Borello) coltivata da Francesco Lombardi, "De sutta" (Borello) da Paolo Celorio; "Marzocche" (a monte di Diano San Pietro capoluogo) da Paolo Lorenzo Bottino; "Malagamba" da Stefano Gandolfo; "San Sebastiano" (a monte del Castello di Diano) da Giovanni Riccavolo; "Castelletto" da Giovanni Pietro Massone; "Pissacolla" da Giovanni Antonio Ardissone; "Terra di San Pietro" da Pietro Negro; "Albero cavo" da Sebastiano Novaro.

Procuratore di tutti i beni terrieri del Durazzo era il signor Ardoino Stefano da cui dipendevano i fattori Pietro Giovanni Ardissone, Giuseppe Virgilio, Pietro Maria Negro, tutti di Borello, ed il notaio Giovanni Battista Ardissone.

Ogni anno il procuratore spendeva in media lire 1400 per pagare i "rinnovi", i massari, il raccolto, le tasse, ecc. L'olio prodotto veniva spedito a Genova coi bastimenti, non in barili ma in "caratelli" per distinguerne l'origine.

Altro patrizio genovese con possedimenti nel territorio della parrocchia di Diano Borello era il magnifico Agostino Maria Lomellino il cui procuratore era Gaspare Andrea Carchero, e "conduttore" Giorgio Riccio (Risso) che vendeva olio a lire 32 il barile. Il Lomellino possedeva un grande terra ulivata in località "Mangiapan" a valle di Diano Roncagli.

A Diano Arentino l'abate Raggio di Genova possedeva una terra coltivata dal colono Bonifacio Bartolomeo q. Giovanni.

In riferimento a quanto abbiamo detto prima e a questo discorso toponomastico, siamo molto propensi a prendere in considerazione l'ipotesi che siano stati i grandi terrieri genovesi a fare costruire il ponte e, nel Settecento, durante il periodo della massima estensione ed utilizzazione agroeconomica della valle, non è escluso che, dai cartografi, gli stessi abbiano fatto disegnare le carte topografiche anche di questa zona.

Infatti, su suggerimento del dottor Bruno Massabò, ispettore della Soprintendenza Archeologica della Liguria, fummo tentati di esplorare la cartografia conservata presso l'Archivio di Stato di Genova. Avute precise indicazioni, ci capitò l'occasione di esaminare una pianta del territorio e della fiumara di Diano Borello - Roncagli, ed abbiamo constatato che, come figura, essa poteva inserirsi ottimamente a tutti i livelli nel presente articolo11.

Se vogliamo fare una descrizione sommaria della carta diciamo che, in verità, essa rappresenta un tratto del piano topografico del torrente e della fiumara di Diano; senza titolo e sottoscrizione, è stata stesa nel secolo XVIII; disegnata a mano e colorata ad acquerello, è contenuta in un foglio di cm 69.c di lunghezza per cm 50 di altezza; su scala grafica di passi (di palmi 3) 2500 (mm 202) e orientata a W (ovest). Comprende il corso della fiumara che va dalle vicinanze del borgo di Diano Evigno, a poco oltre la frazione Trinità. Non sono segnati affatto i monti, ma solo alcuni corsi d'acqua, affluenti della fiumara. Con piante colorate in rosso, sulla sua destra sono rappresentate le località Verziri (Virgilij), Machari, Borello colla parrocchiale e Talla (Villatalla); sulla sua destra le località Roncagli, Ciapaij, Campo Rotondo, Borganzo (con gli oratori di San Giovanni Battista e della Naività di Nostra Signora), Mezighi (Messighi), Trinità, e alcuni mulini. Inoltre sono segnate le frazioni Trucchi (Cà de Trucchi) a est di Camporondo, e Castagni (Cà de Castagni) a est di Borganzo. Si osservano pure le strade che mettono in comunicazione tra loro le località sopra menzionate e, in particolare, la strada "disastrosa" che da Borello scende al ponte di Borganzo12.

Dando uno sguardo alla parte ingrandita della carta, al termine del largaccione possiamo vedere il ponte (segnato con un'arcata sola) detto della "Madonnetta" che abbiamo ampiamente descritto e, a nord est, il ponte ad un'arcata, assai antico, che cuce la mulattiera che conduce a Roncagli.

Quest'ultimo manufatto è stato studiato dal dott. prof. Riccardo de Maestri, il quale sulla rivista di Studi Liguri13 ne ha fatto la seguente descrizione: "... Secondo quanto risulta dai resti del ponte di Roncagli, crollato nel 1981 per la piena del torrente14, il rifianco è costituito da pietrame connesso con un legame molto magro, che può addirittura essere terra argillosa, ed è tenuto in sito per mezzo di due muri di paramento posati sui bordi esterni dell'arco.
Tali muri di contenimento in parecchi casi hanno una continuità con i conci delle ghiere esterne, garantita dalla diseguaglianza di altezza dei conci stessi che, con tale artificio, creano delle immorsature quasi continue di notevole importanza ai fini statici: infatti i paramenti del rinfianco, con la continuità così ottenuta, partecipano intimamente all'equilibrio dell'arco diventandone parte integrale; evidentemente, anche in mancanza delle suddette immorsature, nei paramenti dei rinfianchi si creano degli archi naturali di scarico collaboranti, senza i quali sarebbe estremamente difficile giustificare la stabilità di certi ponti...".

In una sua opera15 lo scrittore Giannetto Beniscelli menziona brevemente il ponte della "Madonnetta".

Una cinquantina di metri a monte di questo ponte, sulla sponda destra della stessa fiumara, pure da tempo immemorabile esisteva una fossa attraversata dall'acqua di una grossa sorgente.

La fossa era detta dell'"Isola" e serviva come fontana per la gente di Diano Roncagli e come abbeveratoio dei muli da carico e del bestiame in genere che era di passaggio sul ponte o nei pressi.

L'acqua che usciva da questa fossa era incanalata da due bealee: quella più in alto la inoltrava lungo la sponda destra del torrente ove irrigava alcuni orti e dei vigneti, e faceva funzionare un frantoio poco discosto; quella più in basso invece (ad un certo punto, costruita con tavole) scavalcando il torrente sospesa alle arcate del ponte, la inoltrava sulla sponda sinistra per soddisfare alle esigenze agricole come le precedenti.

Durante il periodo napoleonico, nell'ambito delle iniziative prese per provvedere al potenziamento dell'agricoltura nei territori soggetti all'Impero (piantagioni di cotone, tabacco, barbabietola da zucchero, granoturco, ecc.) alcune famiglie di Diano Roncagli avevano chiesto e ottenuto delle concessioni per il prelievo di acqua ad uso irriguo dalla suaccennata fonte ma, scendendo nel dettaglio, vediamo un poco nel suo insieme le vicende di questa sorgente e come intorno al 1820 si giunse alla trasformazione della fossa in pozzo murato, con due finestra, acquisendo anche la funzione di deviatore di acqua.

La famiglia contadina di Pietro Francesco Negro q. Pietro era in possesso di una terra ortile detta "Capùn"16 confinante col torrente, e pure la famiglia contadina di Andrea Biga q. Giacomo era in possesso di un'altra terra ortile detta "Molino"17 confinante come la precedente.

Per irrigare queste terre, entrambe le famiglie che abitavano nella frazione di Diano Roncagli (Comune di Diano Borello), da qualche temppo avevano ottenuto la concessione di derivare acqua, oltre che dal torrente, in modo particolare anche dalla suaccennata sorgente.

Però nell'anno 1818 il compaesano Ignazio Gio Batta Cavalleri, senza alcun permesso dell'Autorità ed in contrasto con le Regie Patenti del 25.5.1817 praticava delle innovazioni per derivare tali acque, dalla sorgente alla sua proprietà18. In seguito ad un ricorso presentato dal Biga e dal Negro nel marzo del 1819, e ad alcune azioni legali, nella faccenda venivano coinvolti i signori Gio Batta Rodini, delegato regio alle strade comunali del mandamento di Diano Castello; Lorenzo Ardissone e Luigi Roggero, rispettivamente sindaco e assessore del Comune di Diano Borello, ed i seguenti altri roncagliesi Francesco e Stefano Biga q. Pietr Maria, fratelli; Flaminio Ardissone di Pietro; Luigi e Gio Batta Biga di Gioacchino, fratelli; questi ultimi più o meno vantavano diritti sulla sorgente.
Il 30 Luglio 1819, alcuni di questi personaggi, sotto l'egida del notaio Bartolomeo Gandolfo, nell'ufficio del cavalier Villardi di Verrone, intendente e conservatore generale della provincia, giungevano ad una transazione19 che, nel suo merito, dice quanto segue: "... 1) I detti Roggero e Cavalleri s'obbligano alla costruzione di una vasca, ossia recipiente d'acqua nel sito prossimo alla sorgente d'acqua esistente sul margine del torrente già indicato, e che comprenderà i due fossi fatti recentemente dal Cavalleri, e sarà in tutto costrutta a seconda del piano da fornirci dal Sig. Ingegnere Michele De Tommaso, e giusta le regole dell'arte, e dell'idraulica, onde renderla atta al fine per cui viene costrutta, cioè di conservare l'acqua nascente dalla sorgente suddetta, e radunare tutti quei scoli d'acqua [...] provenienti filtrando tanto dall'alveo del fiume, come dai beni superiori [...] 2) Convengono detti Cavalleri e Roggero d'usare in avvenire del beneficio di detta acqua per egual porzione e goderne di una settimana per ognuno salvo a proprietari degli orti i diritto di irrigazione si e come le è sempre competuto nei giorni di lunedì e martedì; s'obbligano pure a che la vasca presenti agli abitanti di Roncagli il comodo per prendere acqua per loro uso personale, ed abbeverare il loro bestiame continuamente. 3) [...] 4 [...] Il Cavalleri di non servirsi delle medesime, che per l'eserciziodel di lui mulino e dei suoi orti [...]. La vasca viene costruita all'oggetto di poter servire al mulino del Cavalleri. 5) [...], il tutto da eseguirsi fra due mesi prossimi e sempre a spese comuni. [...], Oneglia, li 29 agosto 1819. Bartolomeo Gandolfo notaio...".

Il progetto per la costruzione del pozzo ad uso di fontana e di deviatore di acque veniva presentato dall'ingegnere Michele De Tommaso all'intendente generale il 13 ottobre 1819. Esso dice: "... Mi portai il 5 ottobre corrente sul luogo indicato in detto atto di transazione per prendere cognizione del locale e formare il tipo, e livellazione onde poi poter procedere alle relazione del piano e progetto di cui VSI mi aveva incaricato colla sua citata ordinanza. Ho l'onore di rimettere il risultato di tutto, ed il piano e progetto che troverà esposto un una tavola20 ove vi sono varie figure. Contiene la figura 1 il piano del locale a cominciare dal luogo dello scavo di Cavalleri, e antico ponte che sta dall'altra parte della fiumara, fino agli edifizi Roggero e Cavalleri. [...] La figura n. 5 rappresenta il prospetto di un antico ponte ad un solo arco esistente di rimpetto allo scavo Cavalleri. La figura n. 6 il prospetto di una altro ponte a due archi esistente nella larghezza del torrente. La figura n. 7 un taglio al letto della fiumara, secondo la larghezza della stessa ed al punto indicato in detta figura. La figura n. 8 altro taglio inferiormente al detto ponte della figura n. 6. Tutte le altre figure nn. 9, 10, 11, 12, 13 contengono il piano e il progetto del lavoro [...].
Per raccogliervi l'acqua nascente dalla sorgente, e radunare tutti quei scoli d'acqua di cui potesse rendersi suscettibile e provenienti dall'alveo del torrente come dai beni superiori, penso che si potrebbe costruire un recipiente della fora e figura espressa nei tipi nn. 9, 10, 13 della tavola.
Osservai che dal terreno, il quale forma lo scavo Cavalleri escono tre sorgenti nelle distanze, e altezze espresse dai tipi. Queste scolano dai terreni superiori, quindi bisognava raccoglierle nel recipiente. Per raccoglierle nel recipiente ho dunque pensato che si debba in questo terreno costruire un muriciolo a pietra secca, un barbacane al luogo e dove sono le sorgenti.
Il di sopra sarà un muro in calcina, con tre pilastri formanti due arcate come si vede nelle figure nn. 9, 10, 11. [...]. La parte anteriore del recipiente penso che si possa costruire semicircolare, ed in muri di calcina, coverti ed intonacati al di dentro con porcellana per impedire il filtro delle acque. Ho dato a questo muro alle fondamenta palmi 421 ma appena uscito dal terreno ci sarà un ritaglio di palmi due cosicché il muro del recipiente sarà di palmi 2. Il taglio di palmi 2 sarà tutto perfettamente orrizzontale, acciò le acque siano tali per la ragione che dirò ora: in questo ritaglio ci saranno due buchi nei luoghi indicati dalle figure nn. 10, 12, che saranno ciascuno palmi 1 di larghezza. Uno di questi condurrà l'acqua nel bedo22 di Cavalleri, e l'altro nella chiusa Ruggeri. Le acque essendo orrizzontali e all'apertura dei canali uguali e alla stessa altezza, saranno divise ugualmente [...].
Fissare il luogo a cui stabilire l'entrata delle acque, che dal torrente possono filtrare nel recipiente, non è agevole, questo si potrà determinare nell'atto del lavoro osservando dove siano gli scoli, lasciando quindi nel muro in calcina, che cinge il recipiente e propriamente nelle fondamenta dello stesso, due buchi per i quali questi filtri saranno di poco vantaggio, atteso che il letto del torrente è inferiore al letto del recipiente, anzi sono dell'opinione che non bisognerebbe lasciare nelle fontamenta di questo muro buco alcuno, acciò l'acque che sono nel fondo del recipiente filtrando non ne escano. Il fondo di questo recipiente non deve essere in massiccio ma deve lasciarsi in terreno, perchè è qui che sgorga la sorgente principale (fig. 9). Per ciò che riguarda l'uso personale [...], si può provvedere agli interessi degli abitanti di Roncagli con una scaliata su cui ascendendo si può estrarre l'acqua. Questo muro a palmi 8, impegnandone 4 in altezza della scalinata, ve ne restano 4 di parapetto da cui l'acqua si può comodamente estrarre. Per l'abbeveramento degli animali, essendo i beudi Cavalleri e Ruggero scoverti facilmente vi possono bevvere [...]. Gli orti irrigabili essendo inferiori al ponte di due archi di cui ho parlato, l'irrigazione che si fa adesso non viene ad essere per nulla turbata dalla costruzione della vasca che si fa adesso. Ecco quanto ho l'onore così rapportare alle SVI Intendente in ordine all'incarico di cui ella mi ha onorato in questa pratica [...]. Porto Maurizio 13 ottobre 1819. Ing. Michele De Tommaso ..."23.

Dunque, abbiamo visto come si progettava nell'edilizia quasi duecento anni fa. Le nostre figure nn. 10, 11, 12 rappresentano il pozzo o la fontana della "Lisua" che esisteva ancora prima del 18 agosto 1978, quando fu fatta demolire dal Comune di Diano San Pietro per captare la sorgente onde immetterla nell'acquedotto civico.

Un'altra testimonianza storica della nostra civiltà contadina è scomparsa.

A titolo di cronaca ricordiamo che intorno agli anni '50, il ragionier Pietro Ghigliazza, sindaco di Diano Marina, aveva provveduto a far scavare presso la fontana per misurare la capacità della sorgente ed, eventualmente, incanalarla onde potenziare l'acquedotto civico della predetta città, ma l'iniziativa non ebbe seguito24.


NOTE

1 Anche se vaghe, ci fornirono indicazioni molto utili perchè ci misero sulla strada giusta i signori Agostino Cavalleri fu Dario di Diano Roncagli e Ardissone Candido di Diano Borello

2 Nota di Padre Domenico Temese, rettore della parrocchia di Diano Borello, affidata al "Liber baptizzatorum matrimoniorumque, 1595 - 1725" (pg. 331 b).

3 Speso = costo complessivo.

4 Tre soldi a soldi, significa che dovevano pagare tre soldi di Genova ogni soldo di registro, stima catastale quest'ultima, che aveva maggior valore.

5 Ibidem.
La scrittura cancellata dice "de tre parti due soldo e le parte di Borello, escluso Roncagli, dove se paga duo".
La gente di Roncagli non pagava perchè per portare le olive ai frantoi non aveva da passare sul ponte.
Pagando in base alle stime catastali, è evidente che a ciò erano soggetti anche i nobili terrieri genovesi, di cui si parla nell'articolo, possessori di vaste estensioni di uliveti, in modo particolare a ponente della fiumara.

6 In alcune parti del testo ha collaborato alla trascrizione dall'originale il signor Gianni De Moro che vivamente ringraziamo.
A titolo di cronaca riportiamo altre note che seguono a quella già trascritta, riportata nella stessa pagina del "Liber... ": "1658 adì 31 dicembre. Alla Cappella di San Gio. Evangelista fabbricata a spese di HGio. Batta Cavalleri e Giacomettino fratelli de Cavaleri chiamati li Grasi se li celebrò solenemente la Messa dal Reverendo Padre Domenico Temese rettore, Diacono il Reverendo Geronimo Cavalero, il Reverendo padre Giobatta Aldissone subdiacono e non si potè fare detta solennità il giorno di San Giovanni Evangfelista perchè venne un diluvio d'acqua et in fede lo suddetto Padre Rettore".
Altra nota: "Del 1665 li 4 settembre il Magistrato de Censori o Vettovaglia di Diano, essendo Cancelliere il Signor Gio. Ambrogio Seassaro notaro, mi ha deliberati lire cinquanta, dico 50 moneta Genova per la reparatione del ponte tra Borganzo e Borello di quelle lire del detto Magistrato. Poi, del 1671 il 14 Settembre in atti del Signor Filippo figlio di detto Signor Gio. Ambrogio con l'intervento dell'Illustrissimo Signor Enrico De Franchi podestà, il Popolo di questa Parrocchia nell'Oratorio di Santa Croce, ha eletti per detta fabbrica Bernardo Ardissone q. Gio. Andrea e Gio. Andrea Rizzo q. Alterius (padre e figlio con lo stesso nome, n.d.r.) e cristoforo Cavallero di Pier Gio. Giacomo con la facoltà di spendere sino in lire quattrocento, dico 400 alla data del registro, cioè, Borganzo per due terzi e Borello per un terzo eleggendo essi un'huomo per villa a scuodere e chi havrà pagato resti subito esente dal solidum (debito comune, n.d.r.) onde poi detto Bernardo senza licenza alcuna ha tagliato nelle terre della Rettoria dodeci alberi di pino grosso dove saran più di cinquecento palmi di centine e [...].
Commentando questa ultima nota, siamo propensi a ritenere che i ponti gettati sul torrente Evigno - San Pietro fossero soggetti a facili crolli. In un suo articolo riportato dalla rivista Communitas Diani (anno 5, gennaio - dicembre 1982) il dottor A. Romero parla di un ponte crollato nel 1729 all'altezza di Diano Borganzo. I resti di un altro ponte crollato sono ubicati qualche centinaio di metri a monte della frazione Ciapai. Dunque, riassumendo, abbiamo cinque ponti crollati nei seguenti anni (anti 1641), 1665, 1729, 1981 (vedasi la prosecuzione dell'articolo), del quinto non conosciamo la data, ma, probabilmente, per vari motivi la possiamo collocare prima dell'anno 1641. Pensiamo che la statuina di N.S. di Misericordia fosse collocata su quest'ultimo ponte ma, andato distrutto, venisse trasferita, appunto, su quello ubicato nei pressi di Diano Rongacli, già a tre arcate, uno degli oggetti di questo nostro articolo. Non è escluso che, in base alla sua particolare conformazione, il torrente Evigno - San Pietro, quando è soggetto a piene, assuma la funzione di massa dirompente. Infatti noi stessi abbiamo potuto osservare questo fenomeno alcune volte.

7 Astengo Stefano, Nostra Signora di Misericordia nella Liguria Occidentale, ed. L'Italica, 1934, pg. 72.

8 Quaranta fuochi significano altrettante famiglie, corrispondenti a circa centosessanta persone.

9 Carta Idrografica d'Italia, relazioni, Liguria, ed. Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, Roma, 1894, pgg. 50, 51.

10 Biga Francesco, Austro Piemontesi nel Dianese, ed. Communitas Diani, Diano Marina, 1976, pgg. 102, 103, 104.

11 ASG, B. 6, n. 223.

12 Cfr. Marengo Emilio, Carte topografiche e corografiche manoscritte della Liguria e delle immediate vicinanze e conservate nel Regio Archivio di Stato di Genova, Stabilimenti Italiani Arti Grafiche, Genova, 1931, pg. 66 (Diano Borello).

13 De Maestri Riccardo, Le Opere d'Arte nella struttura storica del tessuto viario ligure, in Rivista di Studi Liguri, gennaio - settembre 1985, pg. 70.

14 La piena del 1981 ha eroso in profondità la sponda sinistra del largaccione e il piede del ponte; piede costruito sulla sponda destra del fossato detto Rio deli Orti, nel punto di congiungimento di quest'ultimo col torrente Evigno - San Pietro.
Sulla carta il borgo di Roncagli è ubicato troppo a ponente, in realtà si trova quasi sulla soponda destra del suaccennato Rio, alle pendici della montagna.

15 Beniscelli Giannetto, Antichi ponti della Liguria di Ponente, ed. Banco di Imperia, Savona 1974, pg. 104.

16 "Capùn": toponimo di una località situata dalla parte opposta della frazione Macary e che comprende numerosi orti sparsi lungo la sponda sinistra del torrente Evigno. Essa si individua per la presenza di un enorme macigno nei secoli scorsi precipitato dalla montagna, detto, appunto "Scögiu de Capùn".

17 Cfr. Biga Francesco, La fontana del melo, ed. Communitas Diano, Diano Marina, 1972, pg. 15.

18 ASI, Fondo Prefettura, sottoprefettura d'Oneglia, faldone 1, fascicolo 49, pratica riguardante Gio. Batta Cavalleri ed altri di Diano Borello, questione di acque.

19 L'atto veniv aregistrato in Oneglia il 23 agosto 1819 (ASI, Ufficio Insinuazioni, Oneglia, Volume 307, titolo 76, n. 10617, notaio Bartolomeo Gandolfo).

20 Nonostante le assidue ricerche compiute nell'Archivio di Stato di Imperia, non siamo riusciti a rintracciare i disegni del progetto redatto dall'ingegnere Michele De Tommaso.

21 n"palmo" in uso nella provincia di Oneglia corrispondeva a cm 24,9. Dunque: 4 palmi = cm 99,6 (quasi un metro di lunghezza). Vedansi: Tavole di ragguaglio degli antichi pesi e misure della Provincia di Oneglia, tip. Gio. Ghilini, Oneglia, 1849, pg. 27.

22 Beudo: deriva da beudus, che non è un vocabolo latino ma medievale; significa bealea o canale all'aperto (nel dialetto locale: bea, beiu). Cfr. Biga Francesco, La fontana del melo, ed. Communitas Diani, Diano Marina, 1972, pg. 26.

23 La relazione del progetto riguardante la costruzione della vasca murata (fontana della "Lisua") gentilmente ci è stato messo a disposizione dal signor Agostino Cavalleri fu Attilio (Diano Roncagli).

24 In merito all'argomento vedasi gli articoli sui seguenti giornali: L'Unità del 16.9.1951, del 7.1.1954, del 14.1.1954; Corriere del Popolo del 10.1.1954.

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